giovedì 11 maggio 2017

Fuga dal campo di prigionia per scalare la vetta del Kenya

L’odissea di Benuzzi, alpinista e diplomatico che ricostruì il Paese

«Il cuore e l’abisso» è il titolo del libro di Rory Steele. australiano, scrittore e diplomatico (foto Ferrigato)

Torino 
Alpinista, prigioniero di guerra, diplomatico e scrittore, Felice Benuzzi era un protagonista in cerca d’autore. L’ha finalmente trovato in Rory Steele, autore de «Il cuore e l’abisso. La vita di Felice Benuzzi». Alla tournée di città italiane, non poteva mancare Torino, giovedì 11 maggio alle 21 al Museo della Montagna, e non vi poteva essere cornice più indicata del Museo della Montagna. La scalata di Punta Lenana (4985 metri) in Kenya fu l’avventura indelebile di Felice Benuzzi. Più di settant’anni dopo, Steele la riporta alla luce.

Fu amore di libertà o della montagna? Internato in campo di prigionia britannico in Kenya, nel 1943 Felice Benuzzi riesce ad evadere - il sogno di tutti i prigionieri di guerra - per ripresentarvisi 17 giorni dopo. Nel frattempo non ha trovato di meglio che scalare Monte Kenya, la seconda montagna più alta dell’Africa. Chi fa alpinismo serio sa cosa sia quota 5000; può solo immaginare cosa sia arrivarci senza attrezzature, con mezzi, viveri, indumenti ed equipaggiamento di fortuna.
Quando Benuzzi scrisse la storia della fuga, fatta insieme a due compagni di prigionia, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti, l’immancabile humour del traduttore inglese trovò il titolo perfetto «No Picnic on Mount Kenya». Non lo fu certo.

La vita di Felice Benuzzi non si esaurisce nell’avventura keniota. Una volta liberato, egli continuò naturalmente a fare alpinismo, dimostrando che non era stata solo l’ebbrezza dell’evasione dal campo a spingerlo verso la vetta africana. Divenne diplomatico e per circa trent’anni alternò la sua passione per la montagna l’impegno professionale in sedi esigenti, come Berlino Est nel cuore della guerra fredda, e con una ricca attività di scrittore, pubblicista, negoziatore. Una figura a tutto tondo che appartiene alla «grande generazione» che ricostruì l’Italia, e l’Occidente, dopo la tragedia della guerra.

Continua qui

Nessun commento: