mercoledì 4 febbraio 2009

Il ragazzo e la quercia


Pomeriggio d’estate, strada di campagna. Un ragazzo guida distrattamente, lo sguardo pensieroso. Improvvisamente abbandona l’asfalto, imbocca una stradina sterrata e parcheggia la macchina all’ombra di un grande albero.
Il ragazzo, l’automobile e l’albero, tre macchine che divorano energia.
Il ragazzo sa tutto della sua automobile, cilindrata, prestazioni, costo, valutazioni. Ha scelto con cura il colore degli interni e gli optional indispensabili, ha pagato cambiale per cambiale il piacere di sedersi tra lancette e bottoni e sentirsi in un regno tutto suo. Ventiquattro mesi di lavoro obbediscono al suo piede e docilmente gli regalano l’autonomia delle uscite serali.
Il ragazzo è inquieto, ha litigato, vuole riordinare i suoi pensieri. È in un momento difficile: nessuno ha la vita facile, alcuni giorni pretendono di essere guardati in faccia senza veli. Si è chiuso in macchina, il suo regno e la sua corazza, e ha provato a guidare nervosamente per le strade di campagna, liberando insieme la potenza del motore e l’oppressione che gli cova nel petto. Ma non trova sollievo, il blocco non si scioglie, avverte solamente un poco di frenesia passeggera che svuota i pensieri senza alleggerirli. Allora ferma la macchina e parcheggia all’ombra dell’albero. Abbassa il finestrino e non scende dall’automobile, come per non avventurarsi in un mondo che non conosce.
Dell’albero non sa nulla, non sa che è una quercia, non sa che esistono molte specie diverse di querce, non sa che possono essere alte fino a quaranta metri, non sa che fin dall’antichità sono considerate simbolo di vigore, di robustezza, di longevità. Non sa nulla di tutto questo e forse neanche si accorge di essere sotto la chioma maestosa di un vecchio albero. Per affrontare se stesso, però, si è fermato proprio lì. Ha guidato la sua automobile, che ha consumato benzina, che è un derivato del petrolio, che qualche milione di anni fa era una foresta. È andato in campagna, ha spento il motore e ora siede all’ombra della quercia.
Il ragazzo oggi ha mangiato poco: era nervoso. Però ha mangiato, e anche oggi può respirare, vivere, guardare, pensare ai suoi problemi. Mangia ogni giorno, e ogni giorno trasforma la vita d’altri in un pezzo di sé stesso. Mangia carne, che a sua volta ha mangiato altra carne, che a sua volta ha mangiato un po’ d’erba. Oppure mangia direttamente qualche foglia d’insalata o il frutto di qualche pianta. Non mangia sassi o terra, non gli verrebbe mai in mente, non si può, il ragazzo non ha bisogno di impararlo, è la cosa più ovvia della sua vita. Per vivere addenta altre creature viventi, e così devono fare quasi tutti gli esseri di questa terra.
Quasi. La quercia che sta sulla sua testa non addenta nessuno, vive impastando sassi, minerali, acqua, aria e terra. Alza i suoi rami al cielo, le foglie assorbono la luce di tutti i giorni, e nel tronco della quercia risuona il primo grido: sassi, terra e acqua diventano vivi, l’energia del sole muove la vita e la semina in ogni angolo. Il ragazzo sta sotto la quercia perché le piante hanno inventato la vita. Il ragazzo esiste e può vivere perché esistono e vivono le piante. La sua automobile c’è e si muove perché uomini che mangiano piante o altri animali, che a loro volta mangiano piante, l’hanno inventata.
Il ragazzo, l’albero, l’automobile. Tre macchine in un pomeriggio di sole, quel sole che tutto muove.
Il ragazzo non scende dall’automobile e non conoscerà la quercia.
Domani nasceranno più automobili che ragazzi.
Domani cadranno 38.000 ettari d’alberi.
Dopodomani molte macchine si fermeranno.

Mauro Mainoli

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