domenica 23 aprile 2017

Giornata mondiale del libro, gli aforismi d’autore più belli sui libri e la lettura


MILANO – Non c’è giornata migliore di questa per dedicarvi al libro che avete sul comodino, al vostro autore preferito o alla poesia che non leggete da tempo. Perché il 23 aprile è la giornata internazionale dedicata proprio al libro: un giorno speciale per incoraggiare a scoprire il piacere della lettura e a valorizzare il contributo che gli autori danno al progresso sociale e culturale dell’umanità. Perché proprio oggi si festeggia la letteratura? Perché pare che, nel 1616, proprio in questo giorno morirono scrittori di grande calibro come William Shakespeare, Miguel De Cervantes e il peruviano Inca Garcilaso de la Vega.  Cercate per l’occasione una frase per comunicare proprio oggi la vostra passione per i libri? Leggete, assaporate e condividete.

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mercoledì 19 aprile 2017

Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne


Il 20 aprile uscirà nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l‘Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri. Quadri da ammirare per la loro incredibile bellezza, ma soprattutto quadri che fanno riflettere. La sola presenza di voci e video non rende la cosa meno intima e più impersonale, ma suggerisce l’idea che non sono importanti i nomi, i titoli, le onorificenze. Ciò che resta sono le azioni, le parole, i sentimenti e il profondo messaggio che queste cose portano dentro di loro. 

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martedì 18 aprile 2017

Il fotoreporter di Rashideen: "Non mi sento un eroe, a volte bisogna aiutare invece di fare foto"


Intervista a Abd Alkader Habak, il reporter di 23 anni le cui immagini mentre soccorre i bambini feriti nell'attentato hanno fatto il giro del mondo 




"SI, ERO DISPERATO, piangevo senza sosta mentre provavo a salvare quel povero bambino e correvo il più veloce possibile verso l'ambulanza. Respirava a fatica. Mentre scappavo e piangevo sempre più forte, ho pensato al gas sarin che ha soffocato i poveri bambini di Khan Shaykun lo scorso 4 aprile. Quel giorno ho visto tanti piccoli morti, ma sono arrivato tardi e non ho potuto salvare nessuno. Stavolta invece una vita l'ho salvata, il destino ha voluto che io fossi lì".

Abd Alkader Habak ha 23 anni, è un giornalista siriano e sabato scorso era anche lui nei pressi di Aleppo, per documentare l'arrivo di civili in fuga da Foua e Kefraya, due villaggi siriani circondati dai miliziani anti Assad. Era un accordo mediato da Iran e Qatar: i cittadini (e combattenti) sciiti assediati nelle enclave sunnite in cambio di sunniti e ribelli intrappolati altrove. Poi un'esplosione devastante ha squarciato l'ennesima esile tregua della Siria: un kamikaze su un'auto che apparentemente portava aiuti si è lanciata contro gli autobus di civili in attesa di arrivare ad Aleppo: 126 morti. Tra questi 68 bambini. Un'ecatombe. Habak salva una vita e poi scoppia a piangere sul prato insanguinato, in una foto drammatica che fa il giro del mondo. Habak risponde a Repubblica via WhatsApp: è sunnita e anche sui social network non fa mistero di essere un fermo oppositore di Assad.

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domenica 16 aprile 2017

Il sasso...

C’era un tempo, al centro di una strada, un sasso.

Un uomo un po’ sbadato e con la testa tra le nuvole v’inciampò. Maledicendolo mentre si rialzava, si pulì i vestiti dalla polvere e si allontanò, senza prestargli troppa più attenzione.
Poco dopo, passò di lì un altro uomo, decisamente meno sbadato del primo, ma anche molto più arrabbiato. Pieno d’astio e di violenza, prese quel sasso e se lo mise in tasca. Lo portò con sé fino al villaggio, e lì lo utilizzò per tirarlo in testa ad un altro uomo con cui aveva un conto in sospeso. E così lo ammazzò.

Il sasso rimase lì, in quel giardino abbandonato, per anni. Finché un imprenditore non arrivò e lo prese per costruire una nuova casa nel villaggio che sempre più si stava espandendo.
E simile a quel sasso, se non un po’ più scuro nei colori, era quello che il contadino del terreno a fianco usava ogni giorno per sedersi all’ombra di un pesco e riposarsi, e che poi i suoi nipoti utilizzavano per giocare, facendolo diventare ogni tipo di oggetto fantastico.

Un giovane, notando tutto questo, corse dal suo maestro tormentato da una domanda.
“A cosa servono, dunque, i sassi?”
Il Maestro fece un sorriso e, senza pensarci troppe volte, rispose:
“Mio caro allievo, come hai ben visto, in ognuno dei casi che tu mi racconti la differenza non l’ha fatta il sasso, ma l’uomo che l’ha utilizzato. Così il sasso serve a farti capire il grande potere della tua volontà e a dimostrarti che non c’è pietra che tu non possa sfruttare per crescere e migliorare, o uccidere e distruggere. Il sasso serve per scegliere”.

Fonte

mercoledì 12 aprile 2017

Luoghi attorno a noi, con tanta storia e sacrifici.

....da un racconto di Marisa Morassi.....

Il Santuario di Madonna Cà del Bello

11 Aprile 1945 : tre partigiani del distaccamento di Dernice stanno tornando verso il loro drappello ; in giro si sente già il profumo della primavera ma più che altro il profumo della fine della guerra.
Sono questi i motivi che fanno abbandonare ai tre uomini anche le minime norme di sicurezza, ridono scherzano, gridano , ma appena passato il santuario di Cá del Bello, una pattuglia di tedeschi è di guardia sulla mulattiera per proteggere una colonna che sta rastrellando il paese di Malvino.
I tedeschi sentendo le voci si nascondono e appena i tre partigiani sono passati gli sparano alle spalle.
Uno dei tre si butta nel bosco e scappa, Emilio Gambari (Ottimo) dal bordo della strada risponde con una raffica di mitra ma è ferito allo sterno da una pallottola di rimbalzo, il terzo , che comandava il drappello, Ghion Rino (Tricoli) è ferito gravemente alla schiena e giace sul sentiero accanto al cavallo già rimasto ucciso.
"Ottimo " visto che da solo non può fare nulla corre indietro da dove erano arrivati perché lungo la strada avevano incontrato dei compagni , cercando il modo di chiedere aiuto; riesce ad avvertirli, e , arrivato alla cascina Rughè , le sorelle Piera e Conci Merlo riescono a togliergli la pallottola con un paio di pinzette.
Intanto " Tricoli" viene accerchiato dai tedeschi che senza pensarci un attimo lo uccidono a sassate e mentre lo fanno un testimone dice di averli sentiti ridere e gridare. Questa è una storia molto lunga ,qui mi sono permessa di riassumerla brevemente,.


Vorrei però ricordare tutti i milioni di Ghion Rino (Tricoli) che sono morti per la libertà e dire a loro GRAZIE!


Foto di Nadia Fantone

Guida ai Luoghi della Memoria: Val Borbera (AL)


venerdì 7 aprile 2017

Ho imparato che...


Ho imparato che spesso le persone  non comprendono quello che hanno davanti e spesso non lo apprezzano. 
Ho imparato che da un giorno all’altro tutto può cambiare,  ho imparato che non c’è cosa più bella e difficile  che potersi fidare di qualcuno,  ho imparato ad accettare le delusioni  o comunque a non dargli troppo peso.  
Ho imparato ad andare avanti  anche quando l’unica persona con cui vorresti parlare  è la stessa che ti ha ferito, ho imparato che questo molte persone non l’hanno mai capito.  
Ho imparato che più dai e meno ricevi. 
Che ignorare i fatti non cambia i fatti.  i vuoti non sempre possono essere colmati.   
Che le grandi cose si vedono dalle piccole cose.   
Che la ruota gira, ma quando ormai non te ne frega più niente.   
E soprattutto quello che più mi piace della vita  è che non si finisce mai di imparare.

Fabio Volo

martedì 4 aprile 2017

Le lacrime del cliente

Un poliziotto cerca tracce dopo l'assassinio di Ana Maria Stativa
Grazie alla mail di un cliente di Ana

Mi scrive il cliente di una donna che si prostituiva, uccisa la settimana scorsa a Bologna. Via Varthema, due passi dai giardini Margherita. Meno di quarant’anni lui, meno di trent’anni lei. Un uomo e una donna giovani, entrambi sposati, figli piccoli. Mi scrive, quest’uomo e racconta in modo semplice e crudo di quando la frequentava: di come lui si togliesse la fede, prima, e lei sorridesse guardando quel gesto. Delle parole corse tra loro, del dolore per la sua morte.
Si chiamava Ana Maria Stativa, aveva quasi trent’anni. La settimana scorsa nelle pagine di cronaca la confessione dell’assassino, un cliente abituale: Francesco Serra, 55 anni, di Vergato, professione meccanico. Solo, separato dalla moglie. Lei gli aveva detto che sarebbe tornata a casa per Pasqua, in Romania, aveva una madre anziana e due figli piccoli. Lui temeva che non sarebbe tornata in Italia e che non l’avrebbe più vista, ha spiegato durante l’interrogatorio. Per questo. Non riusciva a convincerla a restare. Così ha preso una pistola di quelle con cui si uccidono i maiali, una sparachiodi, è andato all’appartamento, è entrato, l’ha uccisa con un colpo alla nuca. Sei minuti in tutto, raccontano le telecamere del condominio. Se non resti con me ti ammazzo, la spiegazione d’abitudine. Ora ecco cosa scrive l’uomo, un altro cliente, che l’ha incontrata alcune settimane prima.

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domenica 2 aprile 2017

Considero...


Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.


Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.

Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato,
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

Erri De Luca
(Da " Opera sull'acqua e altre poesie")

giovedì 30 marzo 2017

Donne...

Anche se non pratica del lago, la moglie di un pescatore decide di uscire in barca. Accende il motore e si spinge ad una piccola distanza; spegne, butta l’ancora e si mette a leggere il suo libro.

Arriva una guardia forestale in barca. Si avvicina e le dice:

– Buongiorno, Signora, che cosa sta facendo?
– Sto leggendo un libro, risponde lei (pensando “non è forse ovvio?!”).
– Lei si trova in una zona di pesca vietata, aggiunge la guardia.
– Mi dispiace, agente, ma non sto pescando. Sto leggendo.
– Sì, ma ha tutta l’attrezzatura. Per quanto ne so, potrebbe cominciare in qualsiasi momento. Devo portarla con me e fare rapporto.
– Se lo fa, agente, dovrò denunciarla per molestia sessuale, dice la donna.
– Ma se non l’ho nemmeno toccata!, ribatte la guardia forestale.
– Questo è vero, ma possiede tutta l’attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento.
– Le auguro buona giornata, Signora, e la guardia se ne va.

MORALE: Mai discutere con una donna che legge: è probabile che sappia anche pensare.


Fonte

domenica 26 marzo 2017

Io cammino.....


Io cammino per un bosco di larici
ed ogni mio passo è storia.
Io penso, io amo, io agisco
e questo è storia,
forse non farò cose importanti,
ma la storia è fatta
di piccoli gesti
e di tutte le cose
che farò prima di morire
saranno pezzetti di storia
e tutti i pensieri di adesso
faranno la storia di domani.


Italo Cavino

venerdì 24 marzo 2017

Se tu fossi cielo...


Se tu fossi musica
non mi stancherei mai di ascoltarti
Se tu fossi cielo
Non smetterei mai di guardarti
Se tu fossi un fiore
Vorrei essere la corolla
Se tu fossi un'isola
E li che vorrei abitare
Se tu fossi uno specchio
non mi stancherei mai di riflettermi
Ma sei solo un sogno
Che riempie i miei giorni

Cinzia Raimondo

martedì 21 marzo 2017

Il ricordo di Marcello Palmisano


Una strada polverosa, un sole accecante, un gruppetto di bambini somali che scandiscono sorridenti “Mar-cel-lo, Mar-cel-lo”. Sono alcuni dei fotogrammi ripresi dalla telecamera di mio padre Marcello in Somalia, terra d’oriente nel meridione del mondo, dove il nove Febbraio di ventidue anni fa è stato ucciso. Mio padre era un giornalista telecineoperatore del Tg2 e con la sua telecamera ha catturato alcuni dei momenti più importanti della fine del secolo scorso: lo sbarco degli albanesi a Bari nel ’91, la caduta del Muro di Berlino, l’invasione sovietica in Afghanistan.
In famiglia si aspettava sempre con curiosità la messa in onda dei servizi: papà tornava con regali fatti d’immagini, suoni e storie di paesi lontani e popoli sconosciuti. C’era qualcosa di epico nei suoi racconti. Per ogni viaggio, c’era sempre una storia dal sapore fiabesco.
Da quell’ultimo viaggio, però, non ebbe tempo di riportare nulla.
Arrivato a Mogadiscio per seguire il ritiro delle forze dell’ONU dalla capitale, rimane vittima di un agguato poco fuori dall’aeroporto. L’ipotesi tuttora più accreditata è lo scambio di persona in una guerra per il controllo dell’export di banane verso l’Europa: lo stesso giorno era previsto l’arrivo a Mogadiscio di un occidentale coinvolto in una delle due fazioni in lotta. Si, perché a Mogadiscio per le banane si spara, nell’ignoranza del consumatore occidentale.
 Spente le momentanee luci mediatiche, la Somalia finisce presto nel dimenticatoio e mio padre ne diventa l’apolide della memoria: pur sopravvivendo il ricordo, muore la “ragione”.
La “ragione”: presupposto irrinunciabile per avere giustizia. La giustizia però, dall’aggettivo latino “iustus”, è pertinenza dell’essere. Essere giusti significa capire il contesto in cui ventidue anni fa Marcello Palmisano ha perso la vita. Significa riflettere sul lato violento, rapace e aggressivo del sistema economico di cui l’umanità si è dotata.
Significa raccontare che dietro un apparentemente innocuo frutto esotico potrebbe esserci la brutale spietatezza di capitale estratto in modo criminale.
Cerchiamo di essere giusti dunque: raccontiamo cosa è successo, affinché nessuno dei nostri cari sia caduto invano e nella speranza che qualche coscienza si risvegli.

Davide Palmisano
figlio di Marcello

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giovedì 16 marzo 2017

martedì 14 marzo 2017

Sentiero della Pace


L'itinerario segue un percorso ad anello di circa 5 Km caratterizzato da modeste pendenze ed è parte integrante del progetto “La Benedicta Parco della Pace”, nato per ricordare l'eccidio partigiano avvenuto nella primavera 1944 e per promuovere la zona monumentale ad esso dedicata. La presenza di pannelli esplicativi richiede un tempo di percorrenza di almeno due ore, ma è bene prevedere una sosta più lunga: è infatti consigliata la visita al Sacrario, che ricorda tutti i caduti in seguito agli eventi tragici della Benedicta, all'area delle “Fosse dei Martiri”, dove i partigiani catturati durante il rastrellamento del 6 aprile 1944 vennero fucilati e sommariamente sepolti in fosse comuni, e ai ruderi della Cascina Benedicta, valorizzati grazie a un intervento di recupero, restauro e consolidamento finanziato dalla Regione Piemonte. 

I ruderi della Cascina Benedicta

La partenza dell'itinerario coincide con l'antica corte interna alla cascina, delimitata da una recinzione lignea e circondata dalle murature superstiti. Davanti all'ingresso della corte è stata creata una fascia di rispetto che coinvolge anche l'antistante Strada Provinciale, pavimentata utilizzando conglomerato cementizio colorato, ciottoli di fiume e inerti naturali allo scopo di evidenziare l'ipotetico antico tracciato della “Strada Cabanera” e l'intersezione a valle con la strada poderale del Mulino Vecchio. Il percorso perimetrale all'interno dei ruderi consente di percepire l'estensione dell'antico impianto dell'edificio, in origine una “grangia” benedettina. Il restauro ha riportato alla luce la soglia d'ingresso della cappella (lato ovest), il forno e la neviera, dislocata a breve distanza, nell'ombra del bosco di castagni che lambisce i muri perimetrali. 

La neviera della Benedicta, rivestita in pietra e scavata nel terreno per una profondità di circa 5 metri, era in origine chiusa da un tetto a volta, oggi crollato. Con l'arrivo dell'inverno veniva riempita con strati di neve pressata alternati a spesse coltri di foglie secche, che avevano la funzione di isolante termico; le fredde giornate invernali trasformavano velocemente la neve in ghiaccio, che si conservava inalterato per tutto il periodo primaverile-estivo. Prima della diffusione dell'energia elettrica il ghiaccio era un prodotto molto prezioso, utilizzato per la conservazione degli alimenti, per la cura di diverse patologie e per la preparazione di dolci e sorbetti. Era richiesto soprattutto nelle città, dove veniva trasportato sui carri trainati dai buoi e venduto sotto forma di blocchi protetti da sacchi di iuta.

In corrispondenza della neviera si incontra il primo degli otto pannelli che accompagnano il visitatore lungo un percorso storico e sociale dedicato al tema della pace. Dal primo pannello l'itinerario si inoltra nel bosco salendo rapidamente di quota fino raggiungere la Cascina Pizzo, recentemente ristrutturata, che ospita il Centro di Documentazione del Parco della Pace. Dopo averla costeggiata per un tratto, il sentiero si immette sulla Strada Provinciale in corrispondenza della località “I Foi”, toponimo dialettale giustificato dalla presenza di una bella faggeta, e prosegue sulla sinistra, imboccando una pista forestale in discesa di semplice percorrenza.

(...)


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Per maggiori informazioni su “La Benedicta – Parco della Pace” e sulle vicende storiche che hanno caratterizzato l'altopiano di Marcarolo e la provincia di Alessandria durante la Seconda Guerra Mondiale contattare:

ASSOCIAZIONE MEMORIA DELLA BENEDICTA www.benedicta.org benedicta@benedicta.org

giovedì 9 marzo 2017

Tu non sei i tuoi anni...


Tu non sei i tuoi anni,
nè la taglia che indossi,
non sei il tuo peso
o il colore dei tuoi capelli.
Non sei il tuo nome,
o le fossette sulle tue guance,
sei tutti i libri che hai letto,
e tutte le parole che dici
sei la tua voce assonnata al mattino
e i sorrisi che provi a nascondere,
sei la dolcezza della tua risata
e ogni lacrima versata,
sei le canzoni urlate così forte,
quando sapevi di esser tutta sola,
sei anche i posti in cui sei stata
e il solo che davvero chiami casa,
sei tutto ciò in cui credi,
e le persone a cui vuoi bene,
sei le fotografie nella tua camera
e il futuro che dipingi.
Sei fatta di così tanta bellezza
ma forse tutto ciò ti sfugge
da quando hai deciso di esser
tutto quello che non sei.



mercoledì 8 marzo 2017

Festa delle donne: volti e storie di donne, foto e racconti al femminile


L'8 marzo è la Giornata internazionale della donna, una giornata per non dimenticare: per ricordare le discriminazioni e le disuguaglianze che ancora oggi tante donne, bambine e adulte, sono costrette a subire, e le difficoltà che si incontrano per affrontarle e superarle, ma anche per ricordare le conquiste di parità ottenute nei decenni.

Quest'anno le donne della rete "Non una di meno" hanno deciso di aderire, proprio l'8 marzo, allo sciopero globale lanciato in Argentina e poi ripreso da una quarantina di Paesi nel mondo.
Poi ci sono quelle donne che ogni giorno, attraverso il loro lavoro, testimoniano nel mondo il coraggio di lottare, soprattutto in quelle zone dove la disuguaglianza resta forte: eccole quelle donne che cambiano il mondo, ecco quei volti e quelle storie tutte al femminile.

La dispartità uomo-donna è ancora evidente nei cosiddetti 'posti di comando': anche se donne come Angela Merkel, Theresa May ma anche la nostra Federica Mogherini, sono esempi di quante sono riuscite ad ottenere ruoli apicali di potere a livello europeo a discapito di colleghi maschi, la parità resta ancora un miraggio, però, soprattutto se si guarda ai dati che dicono che, di fatto, è ancora fermo al 30% il dato delle donne nei posti che contano.

L'Italia - emerge dai dati Eurostat - è ultima in Europa per numero di donne manager e seconda per la maggiore differenza salariale rispetto agli uomini. Il quadro complessivo europeo non è migliore: i due terzi delle posizioni manageriali nell'Ue sono occupate da uomini (4,7 milioni contro 2,6 milioni) e, nel caso in cui vi sia una donna, questa viene retribuita in media il 23% in meno per le stesse funzioni dirigenziali. Le donne, quindi, nonostante rappresentino approssimativamente metà degli occupati nell'Ue, continuano a essere sotto rappresentate tra i manager. In base ai dati 2014 relativi alle imprese con 10 o più dipendenti, l'Italia insieme a Germania e Cipro è il Paese Ue con il minor numero di donne manager, appena il 22%, seguita a breve distanza da Belgio e Austria (23%), e Lussemburgo (24%).

Grandi assenti anche dai vertici della ricerca, in Italia come in molti altri Paesi, le donne vivono ancora nell'ombra nei laboratori scientifici e nelle universita'. Nonostante molte ricercatrici siano esempi di eccellenza riconosciuti a livello internazionale, la maggior parte non riesce ancora ad emergere come meriterebbe.

L'8 marzo diventa anche l'occasione per non distogliere l'attenzione sulla violenza, troppo spesso quotidiana, contro le donne: una strage continua dentro e fuori le mura domestiche, che racconta di oltre cento vittime, solo nel nostro Paese, ogni anno.

Ecco il bracciale anti-stalker - VIDEO

Ed è solo di di pochi giorni fa la notizia della Corte europea dei diritti umani che ha condannato l'Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito che hanno poi portato all'assassinio del ragazzo e al tentato omicidio della moglie.

Tra le donne che hanno fatto la storia c'è sicuramente da ricordare Valentina Tereshkova, la 'donna delle stelle' che il 14 giugno del 1963 divenne la prima cosmonauta a viaggiare nello spazio, e che proprio questa settimana, ha compiuto 80 anni. E tra le giovani donne che con la propria vita sono un esempio positivo, c'è la campionessa Bebe Vio, che appena ventenne, è un'icona di personalità e determinazione.


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8 marzo: Frida Kahlo e le altre, quando l’Arte è donna...

venerdì 3 marzo 2017

Un nido


Intrecciato sul ramo
con fili d'erba sottile
legata da mille voli

Se primavera
non è troppo lontana
un nido è già culla

Scrigno prezioso
di stagioni di sole
voce che racconta
nuvole e vento

Storia semplice
cantata
con rara maestria
da eterni cori
pieni di gioia

Note sapienti
salmi di vita

 

Testo e foto di Anna Maria Ferrari
3 marzo 2017

lunedì 27 febbraio 2017

Una tragedia di casa nostra

Reneuzzi è un paese abbandonato nell’appennino piemontese, in provincia di Alessandria. Situato ad oltre mille metri sul livello del mare, Reneuzzi è probabilmente uno dei paesi più isolati dell’intera penisola: non è collegato ad altri paesi tramite strade carrabili e l’unico modo per accedervi è un sentiero che da Vegni, situato ad un’ora di auto da Novi Ligure, porta al paese di Reneuzzi dopo due ore di cammino. Senza acqua corrente né elettricità, è inutile dire che il paese non è più abitato: dal 1961 qui non vi è più anima viva. Ora, questa storia è comune ad altri borghi montani e non ci sarebbe altro da analizzare se non il malinconico e inevitabile abbandono della montagna. Ma qui c’è qualcosa di diverso. Il paese non muore da solo, agonizzando lentamente tra partenze e vecchiaie. No, questa volta si porta con sé due vite e una storia d’amore e follia. Chi giunge a Reneuzzi viene presto incuriosito dal piccolissimo cimitero della frazione. In un recinto di cinque metri per tre, si trovano una dozzina di tombe ormai illeggibili, la cui datazione va dall’inizio del XX secolo al 1954. Poi, vi è una tomba meglio conservata di altre. Ha una bizzarra forma a casetta e appare sproporzionata rispetto alle dimensioni del cimitero. In basso c’è una lapide con una scritta: "Bellomo Davide, 12-5-1930 22-9-1961, papà e mamma dolenti". E’ l’ultimo abitante, morto a 31 anni. Siamo nel 1961, l’Italia corre verso il boom economico, le città brulicano di vita e nuovi quartieri spuntano ovunque, là dove prima c’era la campagna. Per un’Italia che cresce, un’altra arranca. La montagna si spopola e invecchia: gli anziani e i pochissimi giovani rimasti salutano ogni giorno qualcuno che se ne va, le porte si chiudono e nella maggior parte dei casi non verranno mai riaperte. Sono anni spietati per i paesi isolati, le curve demografiche precipitano. Reneuzzi paga una situazione anche peggiore di altri centri. Niente acqua, niente elettricità, niente terra e pochi pascoli. Mentre Milano esplode di luce, duecento chilometri più a sud c’è ancora chi vive senza lampadina e rubinetto. Estremi di un paese in fase di modernizzazione incompleta. A Reneuzzi se ne sono andati quasi tutti già nel primo dopoguerra. In quell’estate del 1961, nel paese non è rimasto che Davide Bellomo. Davide è fidanzato con Maria Franco (detta Mariuccia), ventenne di Ferrazza, paesino non lontano da Reneuzzi e in uguali condizioni di isolamento e conseguente spopolamento (oggi è anch’esso disabitato da molti anni). E’ una storia tormentata: i due sono cugini e la famiglia di lei, una delle ultime rimaste a Ferrazza, non vede di buon occhio la coppia. Un giorno di settembre, Maria comunica a Davide che se ne andrà con la famiglia in un paese del genovese, in cerca di lavoro e di una vita migliore. Davide non ci sta. Ha visto partire tutti gli amici di infanzia, morire gli anziani. E' rimasto solo, senza sapere dove andare. Non conosce il mondo al di fuori della sua montagna. Da un articolo dell’epoca si legge: “La ragazza, che in un primo tempo sembrò corrisponderlo, aveva poi respinto l’innamorato. Gli stessi genitori di lei erano contrari alla relazione, considerando gli stretti legami di parentela fra i due giovani. Il contadino non aveva saputo mai darsi pace e quando apprese che la famiglia della ragazza si sarebbe trasferita era passato alle minacce: ‘se parti, piuttosto ti sparo’ le disse un giorno. Così la mattina del 22 settembre scorso [1961] mentre la famiglia di Maria transitava, attese la ragazza che procedeva distanziata dai genitori. Nascosto dietro un cespuglio, quando Maria gli passò a pochi metri sparò due colpi con una vecchia rivoltella, un ricordo che il padre aveva portato dall’America. I colpi raggiunsero di striscio alla nuca la ragazza che trovò ancora la forza di fuggire per circa duecento metri, rifugiandosi in una baita in località. Il delitto venne scoperto due ore dopo e più nessuno vide l’assassino.” “Ieri [16 ottobre] un contadino di Reneuzzi ha scoperto il cadavere di Davide Bellomo. Il contadino quasi quotidianamente si reca col suo cavallo da Reneuzzi a Vegni e da due giorni notava che transitando in un tratto di sentiero incassato fra la roccia l’animale scalpitava e nitriva. Ieri pomeriggio, attratto anche da uno sgradevole odore, volle vederci chiaro e compì una battuta nella zona. Ad una cinquantina di metri dalla mulattiera, dietro un cespuglio, scoprì il cadavere che giaceva supino; la rivoltella era a poca distanza dalla mano destra. Oggi il cadavere è stato trasportato al cimitero di Vegni, dove domattina si recherà accompagnato da un medico, il Pretore di Serravalle Scrivia per le constatazioni di legge. È fuor di dubbio che il giovane si sia sparato con la stessa arma usata per uccidere Maria, e con ogni probabilità ha posto fine ai suoi giorni poco dopo il delitto, sconvolto forse dal suo folle gesto.” Sei è il numero di colpi confermati dalla perizia necroscopica, avvenuti in località Arvecchia. Altre fonti parlano di colpi di roncola, anche se la fonte più attendibile è l’articolo citato, tratto da La Stampa del 17 ottobre 1961, nella parte della cronaca del Basso Piemonte. Nei giorni successivi il delitto, sembra che l’ombra dell’omicida abbia continuato a terrorizzare gli ultimi abitanti di Ferrazza (perché a Reneuzzi non era rimasto più nessuno), invitandoli a lasciare quel luogo maledetto. E così, con il suo suicidio, Davide conclude anche la storia di Reneuzzi. La famiglia di Maria se ne andrà da Ferrazza e anche quest’ultimo paese saluterà la civiltà. Mariuccia verrà sepolta nel cimitero di Casella, a Genova. Di Reneuzzi parla il libro Sono partiti tutti di Giovanna Meriana e il documentario Case abbandonate di Alessandro Scillitani e Mirella Gazzotti. E’ una storia di isolamento sociale, di disagio psichico e imbruttimento dovuto all’abbandono e, forse, all’ignoranza. E’ la storia di Davide e Maria, nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Se fossero nati cento anni prima, la loro vita non sarebbe stata meno grama, ma avrebbero comunque vissuto una realtà diversa. Invece nacquero alla fine di un’era e furono travolti dal cambiamento. Altrove si iniziava a vivere bene, a circondarsi di agi e sorridere alla vita. Sulle montagne della val Borbera si subiva invece lo stato depressivo causato dalla fine di una civiltà. Chi visse quegli anni in quei posti, che la storia stava tagliando come una spesa inutile, dovette abbandonare quella vita o rimanerne imprigionato. Ma quel mondo non va dimenticato. Dimenticarlo significherebbe impoverire la nostra vita. Molti di noi discendono probabilmente da persone che vissero in luoghi come Reneuzzi, uomini e donne che se ne andarono in cerca di una vita migliore. Dimenticare quella storia è dimenticare la loro storia. La nostra. Quando un paese viene lasciato a morire, trascina con sé la storia degli uomini e delle donne che vi vissero. Le case crollano, ma non è il peso della storia a sfondare i tetti. E’ la dimenticanza.

Fonte

Domenica 26 febbraio: i Paesi fantasma