martedì 23 maggio 2017

Quest’uomo ha deciso di rendere pubbliche 31 foto della moglie dal contenuto molto forte. A prova di stomaco.

Quando il fotografo Angelo Merendino incontra Jennifer per la prima volta, si innamora di lei. È quello che si dice un vero colpo di fulmine. Presto decidono di andare a vivere insieme a Manhattan e, sei mesi più tardi, si sposano proprio a Central Park, circondati dai familiari e dagli amici. Per cinque mesi, la coppia vive una favola una vera e propria.

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venerdì 19 maggio 2017

Di balene tristi ed altri incidenti

Partendo dal presupposto che molto probabilmente stiamo assistendo ad una delle tante profezie autoavveranti (così come definite da Merton) , dobbiamo dare atto alle Iene di essere loro stesse -ovviamente senza volontà di dolo- procacciatrici di prede per i cosiddetti “curatori”. Ho assistito, dalla trasmissione del fatidico servizio, ad un proliferare prima sconosciuto sul social italiano del famoso hashtag letteranumero che dovrebbe indicare la candidatura al gioco (sempre, ripeto, che tale gioco esista davvero). Non so quanti lo facciano seriamente, non so quanti per curiosità o altro. Se si prova a chiedere amicizia a qualcuno di costoro la prima domanda che ti arriva in forma privata è la seguente, uguale per tutti : “Ki sei? il mio curatore?”.

In genere, alla risposta negativa segue subito una rimozione dalle amicizie, oppure la convinzione che questa sia una delle prove da superare per essere ammessi. Oppure ancora (e per fortuna) la confessione che si stesse solamente scherzando. In ogni caso, trovo preoccupante sia la leggerezza con la quale una trasmissione abbia acceso la scintilla dello spirito di emulazione e di una vera e propria moda. Trovo sconvolgente che, se si decida di morire, lo si debba fare obbedendo ad un condizionamento altrui. Eroi? Ma questa è solo vigliaccheria. “Morire per delle idee”, predicava De Andrè . Morire per ribellione, per amore, per la libertà. Personalmente ho sempre coccolato la morte (mia, quella di chi amo mi terrorizza), molte volte l’ho presa in considerazione come unico mezzo per sfuggire alla sofferenza del troppo pensare o di situazioni dolorose. Ma soprattutto come idea di potere, di libertà. “Questa volta DECIDO IO. Alla faccia di tutti, divinità presunte comprese” (ah, a questo proposito, evitiamo di tirare in ballo come sempre il Satanismo, che invece è un inno alla vita ed alla realizzazione dell’ Uomo. Chi sostiene il contrario non lo conosce affatto ed è meglio non lo nomini neppure)

Che cazzo di gioventù siete? la gioventù è ribellione per antonomasia. Questo sì che mi spaventa davvero...il non essere neppure in grado di decidere autonomamente se vivere o morire. A questo punto salta fuori il “disgustoso condizionamento”. E mi viene da sorridere, scusate il cinismo. Perchè se tu che hai 17 anni ti lasci condizionare da uno psicopatico di 22 forse sei peggio dello psicopatico... che a suo modo di vedere non ha neppure torto, allora. La manipolazione(a meno che uno non abbia particolari doti) è un meccanismo complesso, una strategia che non si impara dall’oggi al domani . Utilizza principalmente il modus stimolo-risposta -premio oppure risposta-punizione. Richiede isolamento, richiede un legame continuo e quasi amoroso col proprio condizionatore. E questo è solo il primo passo... se non ricordo male ci sono almeno 13 lunghissimi punti da affrontare. A meno che, appunto, non sia tutta una gran bufala e che questi suicidi non siano solo dovuti a noia, alcool, droghe.

Ragazzi, non uccidetevi. Ma se proprio dovete farlo, decidetelo da soli. E possibilmente per una buona causa. Ribellatevi, se la vita non vi piace...rovesciatela. E lasciate in pace le balene, che già hanno un sacco di problemi per loro conto..
come disse qualcuno che di certo conoscete, senza andare a cercare inutilmente filosofi che cadrebbero nel rifiuto a priori, “stay hungry...stay foolish” 
 

giovedì 11 maggio 2017

Fuga dal campo di prigionia per scalare la vetta del Kenya

L’odissea di Benuzzi, alpinista e diplomatico che ricostruì il Paese

«Il cuore e l’abisso» è il titolo del libro di Rory Steele. australiano, scrittore e diplomatico (foto Ferrigato)

Torino 
Alpinista, prigioniero di guerra, diplomatico e scrittore, Felice Benuzzi era un protagonista in cerca d’autore. L’ha finalmente trovato in Rory Steele, autore de «Il cuore e l’abisso. La vita di Felice Benuzzi». Alla tournée di città italiane, non poteva mancare Torino, giovedì 11 maggio alle 21 al Museo della Montagna, e non vi poteva essere cornice più indicata del Museo della Montagna. La scalata di Punta Lenana (4985 metri) in Kenya fu l’avventura indelebile di Felice Benuzzi. Più di settant’anni dopo, Steele la riporta alla luce.

Fu amore di libertà o della montagna? Internato in campo di prigionia britannico in Kenya, nel 1943 Felice Benuzzi riesce ad evadere - il sogno di tutti i prigionieri di guerra - per ripresentarvisi 17 giorni dopo. Nel frattempo non ha trovato di meglio che scalare Monte Kenya, la seconda montagna più alta dell’Africa. Chi fa alpinismo serio sa cosa sia quota 5000; può solo immaginare cosa sia arrivarci senza attrezzature, con mezzi, viveri, indumenti ed equipaggiamento di fortuna.
Quando Benuzzi scrisse la storia della fuga, fatta insieme a due compagni di prigionia, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti, l’immancabile humour del traduttore inglese trovò il titolo perfetto «No Picnic on Mount Kenya». Non lo fu certo.

La vita di Felice Benuzzi non si esaurisce nell’avventura keniota. Una volta liberato, egli continuò naturalmente a fare alpinismo, dimostrando che non era stata solo l’ebbrezza dell’evasione dal campo a spingerlo verso la vetta africana. Divenne diplomatico e per circa trent’anni alternò la sua passione per la montagna l’impegno professionale in sedi esigenti, come Berlino Est nel cuore della guerra fredda, e con una ricca attività di scrittore, pubblicista, negoziatore. Una figura a tutto tondo che appartiene alla «grande generazione» che ricostruì l’Italia, e l’Occidente, dopo la tragedia della guerra.

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mercoledì 3 maggio 2017

Giornata mondiale della libertà di stampa: Ankara piange, ma il resto del mondo non ride


La Giornata mondiale della libertà di stampa 2017 è tinta con il rosso della bandiera turca e con quello del sangue degli oppositori in carcere. La situazione è difficile, anzi difficilissima: basta parlare con qualcuno in Turchia per capire quanto l’aria, da quelle parti, si sia fatta irrespirabile negli ultimi tempi; tanto per la stampa quanto per i dissidenti. Nel paese della mezza luna si rischia di finire nei guai per un Tweet o per uno stato su Facebook
 
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Giornata mondiale della Libertà di Stampa, Torino ricorda Casalegno

 

Libertà di stampa, l’Italia crolla: ora è al 77° posto

 

 

 

lunedì 1 maggio 2017

Primo Maggio 1947, 70 anni fa l’eccidio di Portella della Ginestra

Il bandito Salvatore Giuliano e i suoi complici spararono sui lavoratori siciliani riuniti per celebrare la Festa del Lavoro, che era stata spostata dal regime fascista al 21 aprile. Caduto il segreto di Stato rimane la difficoltà di accedere agli atti che nascondono una verità che nonostante venga commemorata non è ancora stata raccontata

Nella foto, Ansa, Serafino Pecca, l’ultimo dei sopravvissuti
Un nome primaverile che evoca un giorno di morte. Ricorrono oggi i settanta anni dalla strage di Portella della Ginestra, in Sicilia. Il Primo maggio 1947 una folla di lavoratori, donne, bambini e anziani fu bersagliata dalle raffiche di mitra della banda di Salvatore Giuliano, mentre ascoltava il discorso di alcuni dirigenti del Pci in occasione della Festa dei lavoratori. La prima che si tornava a festeggiare in quella data, dopo essere stata spostata dal regime fascista al 21 aprile (il «Natale di Roma»). Furono undici le persone uccise (a cui aggiungiamo le morti avvenute successivamente), più di sessanta i feriti. Una strage ancora senza mandanti (qui la prefazione di Ferruccio de Bortoli alla riedizione del libro di Tommaso Besozzi «La vera storia del bandito Giuliano»): nell’area tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello in molti si erano ritrovati anche per la vittoria elettorale del «Blocco del Popolo» (l’alleanza tra socialisti e comunisti) alle elezioni regionali del 20 aprile (qui il racconto di Egisto Corradi dall’Archivio del Corriere).

Grasso: «Arrivare alla verità»
Qui si sono svolte oggi le celebrazioni a livello nazionale della Festa del Primo maggio, alla presenza dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. Alle 8 il ritrovo alla Casa del popolo, poi deposizione di una corona di fiori al cimitero in memoria dei caduti e corteo nelle strade della cittadina e sul luogo dell’eccidio. Un anniversario per il quale si è speso in prima persona anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, chiedendo di rendere pubblici i documenti ancora non accessibili e accertare i mandanti di una strage che ha segnato la stagione delle lotte per la terra e, più in generale, la crisi politica, sociale e dell’ordine pubblico del dopoguerra. 
 
Le parole dell’ultimo sopravvissuto
«Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari», racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto alla strage. «Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito.
 
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domenica 30 aprile 2017

Una donna da proteggere


di Massimo Gramellini

Certe volte mi domando che cosa si debba fare in Italia per finire in galera e soprattutto per restarci. Reduce da un’onorata carriera di minacce e percosse alla ex moglie, a Torino un balordo spara al figlio e non lo uccide solo perché gli si inceppa la pistola. Lo arrestano l’8 marzo, festa della donna. Il 10 è fuori. Naturalmente con un solenne e assoluto divieto di avvicinamento ai familiari: è dai tempi delle gride manzoniane che le nostre leggi fanno la faccia cattiva con la coda tra le gambe. Il balordo è talmente preoccupato che la mattina dopo si rimette sulle tracce della ex. La povera donna, che se l’è sorbito per ventidue anni e questo è l’unico particolare della storia che non depone a suo favore, riceve in un giorno duecentosettantasei telefonate. Lui la ritrova, la picchia, torna in carcere. E siamo al 28 marzo. Giusto il tempo di un riposino ed eccolo di nuovo libero (ma il tentato omicidio del figlio è stato archiviato?). Libero di insultare e minacciare l’universo mondo. Lo rimettono dentro, eppure mercoledì scorso indovinate dov’è? Arresti domiciliari, intima il giudice di sorveglianza, scarcerandolo alle otto di sera. Quaranta minuti dopo è già al bar di famiglia, pronto a dare in escandescenze.

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domenica 23 aprile 2017

Giornata mondiale del libro, gli aforismi d’autore più belli sui libri e la lettura


MILANO – Non c’è giornata migliore di questa per dedicarvi al libro che avete sul comodino, al vostro autore preferito o alla poesia che non leggete da tempo. Perché il 23 aprile è la giornata internazionale dedicata proprio al libro: un giorno speciale per incoraggiare a scoprire il piacere della lettura e a valorizzare il contributo che gli autori danno al progresso sociale e culturale dell’umanità. Perché proprio oggi si festeggia la letteratura? Perché pare che, nel 1616, proprio in questo giorno morirono scrittori di grande calibro come William Shakespeare, Miguel De Cervantes e il peruviano Inca Garcilaso de la Vega.  Cercate per l’occasione una frase per comunicare proprio oggi la vostra passione per i libri? Leggete, assaporate e condividete.

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eBook gratis: Il codice Tesla in formato pdf

 

mercoledì 19 aprile 2017

Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne


Il 20 aprile uscirà nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l‘Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri. Quadri da ammirare per la loro incredibile bellezza, ma soprattutto quadri che fanno riflettere. La sola presenza di voci e video non rende la cosa meno intima e più impersonale, ma suggerisce l’idea che non sono importanti i nomi, i titoli, le onorificenze. Ciò che resta sono le azioni, le parole, i sentimenti e il profondo messaggio che queste cose portano dentro di loro. 

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martedì 18 aprile 2017

Il fotoreporter di Rashideen: "Non mi sento un eroe, a volte bisogna aiutare invece di fare foto"


Intervista a Abd Alkader Habak, il reporter di 23 anni le cui immagini mentre soccorre i bambini feriti nell'attentato hanno fatto il giro del mondo 




"SI, ERO DISPERATO, piangevo senza sosta mentre provavo a salvare quel povero bambino e correvo il più veloce possibile verso l'ambulanza. Respirava a fatica. Mentre scappavo e piangevo sempre più forte, ho pensato al gas sarin che ha soffocato i poveri bambini di Khan Shaykun lo scorso 4 aprile. Quel giorno ho visto tanti piccoli morti, ma sono arrivato tardi e non ho potuto salvare nessuno. Stavolta invece una vita l'ho salvata, il destino ha voluto che io fossi lì".

Abd Alkader Habak ha 23 anni, è un giornalista siriano e sabato scorso era anche lui nei pressi di Aleppo, per documentare l'arrivo di civili in fuga da Foua e Kefraya, due villaggi siriani circondati dai miliziani anti Assad. Era un accordo mediato da Iran e Qatar: i cittadini (e combattenti) sciiti assediati nelle enclave sunnite in cambio di sunniti e ribelli intrappolati altrove. Poi un'esplosione devastante ha squarciato l'ennesima esile tregua della Siria: un kamikaze su un'auto che apparentemente portava aiuti si è lanciata contro gli autobus di civili in attesa di arrivare ad Aleppo: 126 morti. Tra questi 68 bambini. Un'ecatombe. Habak salva una vita e poi scoppia a piangere sul prato insanguinato, in una foto drammatica che fa il giro del mondo. Habak risponde a Repubblica via WhatsApp: è sunnita e anche sui social network non fa mistero di essere un fermo oppositore di Assad.

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domenica 16 aprile 2017

Il sasso...

C’era un tempo, al centro di una strada, un sasso.

Un uomo un po’ sbadato e con la testa tra le nuvole v’inciampò. Maledicendolo mentre si rialzava, si pulì i vestiti dalla polvere e si allontanò, senza prestargli troppa più attenzione.
Poco dopo, passò di lì un altro uomo, decisamente meno sbadato del primo, ma anche molto più arrabbiato. Pieno d’astio e di violenza, prese quel sasso e se lo mise in tasca. Lo portò con sé fino al villaggio, e lì lo utilizzò per tirarlo in testa ad un altro uomo con cui aveva un conto in sospeso. E così lo ammazzò.

Il sasso rimase lì, in quel giardino abbandonato, per anni. Finché un imprenditore non arrivò e lo prese per costruire una nuova casa nel villaggio che sempre più si stava espandendo.
E simile a quel sasso, se non un po’ più scuro nei colori, era quello che il contadino del terreno a fianco usava ogni giorno per sedersi all’ombra di un pesco e riposarsi, e che poi i suoi nipoti utilizzavano per giocare, facendolo diventare ogni tipo di oggetto fantastico.

Un giovane, notando tutto questo, corse dal suo maestro tormentato da una domanda.
“A cosa servono, dunque, i sassi?”
Il Maestro fece un sorriso e, senza pensarci troppe volte, rispose:
“Mio caro allievo, come hai ben visto, in ognuno dei casi che tu mi racconti la differenza non l’ha fatta il sasso, ma l’uomo che l’ha utilizzato. Così il sasso serve a farti capire il grande potere della tua volontà e a dimostrarti che non c’è pietra che tu non possa sfruttare per crescere e migliorare, o uccidere e distruggere. Il sasso serve per scegliere”.

Fonte

mercoledì 12 aprile 2017

Luoghi attorno a noi, con tanta storia e sacrifici.

....da un racconto di Marisa Morassi.....

Il Santuario di Madonna Cà del Bello

11 Aprile 1945 : tre partigiani del distaccamento di Dernice stanno tornando verso il loro drappello ; in giro si sente già il profumo della primavera ma più che altro il profumo della fine della guerra.
Sono questi i motivi che fanno abbandonare ai tre uomini anche le minime norme di sicurezza, ridono scherzano, gridano , ma appena passato il santuario di Cá del Bello, una pattuglia di tedeschi è di guardia sulla mulattiera per proteggere una colonna che sta rastrellando il paese di Malvino.
I tedeschi sentendo le voci si nascondono e appena i tre partigiani sono passati gli sparano alle spalle.
Uno dei tre si butta nel bosco e scappa, Emilio Gambari (Ottimo) dal bordo della strada risponde con una raffica di mitra ma è ferito allo sterno da una pallottola di rimbalzo, il terzo , che comandava il drappello, Ghion Rino (Tricoli) è ferito gravemente alla schiena e giace sul sentiero accanto al cavallo già rimasto ucciso.
"Ottimo " visto che da solo non può fare nulla corre indietro da dove erano arrivati perché lungo la strada avevano incontrato dei compagni , cercando il modo di chiedere aiuto; riesce ad avvertirli, e , arrivato alla cascina Rughè , le sorelle Piera e Conci Merlo riescono a togliergli la pallottola con un paio di pinzette.
Intanto " Tricoli" viene accerchiato dai tedeschi che senza pensarci un attimo lo uccidono a sassate e mentre lo fanno un testimone dice di averli sentiti ridere e gridare. Questa è una storia molto lunga ,qui mi sono permessa di riassumerla brevemente,.


Vorrei però ricordare tutti i milioni di Ghion Rino (Tricoli) che sono morti per la libertà e dire a loro GRAZIE!


Foto di Nadia Fantone

Guida ai Luoghi della Memoria: Val Borbera (AL)


venerdì 7 aprile 2017

Ho imparato che...


Ho imparato che spesso le persone  non comprendono quello che hanno davanti e spesso non lo apprezzano. 
Ho imparato che da un giorno all’altro tutto può cambiare,  ho imparato che non c’è cosa più bella e difficile  che potersi fidare di qualcuno,  ho imparato ad accettare le delusioni  o comunque a non dargli troppo peso.  
Ho imparato ad andare avanti  anche quando l’unica persona con cui vorresti parlare  è la stessa che ti ha ferito, ho imparato che questo molte persone non l’hanno mai capito.  
Ho imparato che più dai e meno ricevi. 
Che ignorare i fatti non cambia i fatti.  i vuoti non sempre possono essere colmati.   
Che le grandi cose si vedono dalle piccole cose.   
Che la ruota gira, ma quando ormai non te ne frega più niente.   
E soprattutto quello che più mi piace della vita  è che non si finisce mai di imparare.

Fabio Volo

martedì 4 aprile 2017

Le lacrime del cliente

Un poliziotto cerca tracce dopo l'assassinio di Ana Maria Stativa
Grazie alla mail di un cliente di Ana

Mi scrive il cliente di una donna che si prostituiva, uccisa la settimana scorsa a Bologna. Via Varthema, due passi dai giardini Margherita. Meno di quarant’anni lui, meno di trent’anni lei. Un uomo e una donna giovani, entrambi sposati, figli piccoli. Mi scrive, quest’uomo e racconta in modo semplice e crudo di quando la frequentava: di come lui si togliesse la fede, prima, e lei sorridesse guardando quel gesto. Delle parole corse tra loro, del dolore per la sua morte.
Si chiamava Ana Maria Stativa, aveva quasi trent’anni. La settimana scorsa nelle pagine di cronaca la confessione dell’assassino, un cliente abituale: Francesco Serra, 55 anni, di Vergato, professione meccanico. Solo, separato dalla moglie. Lei gli aveva detto che sarebbe tornata a casa per Pasqua, in Romania, aveva una madre anziana e due figli piccoli. Lui temeva che non sarebbe tornata in Italia e che non l’avrebbe più vista, ha spiegato durante l’interrogatorio. Per questo. Non riusciva a convincerla a restare. Così ha preso una pistola di quelle con cui si uccidono i maiali, una sparachiodi, è andato all’appartamento, è entrato, l’ha uccisa con un colpo alla nuca. Sei minuti in tutto, raccontano le telecamere del condominio. Se non resti con me ti ammazzo, la spiegazione d’abitudine. Ora ecco cosa scrive l’uomo, un altro cliente, che l’ha incontrata alcune settimane prima.

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domenica 2 aprile 2017

Considero...


Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.


Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.

Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato,
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

Erri De Luca
(Da " Opera sull'acqua e altre poesie")

giovedì 30 marzo 2017

Donne...

Anche se non pratica del lago, la moglie di un pescatore decide di uscire in barca. Accende il motore e si spinge ad una piccola distanza; spegne, butta l’ancora e si mette a leggere il suo libro.

Arriva una guardia forestale in barca. Si avvicina e le dice:

– Buongiorno, Signora, che cosa sta facendo?
– Sto leggendo un libro, risponde lei (pensando “non è forse ovvio?!”).
– Lei si trova in una zona di pesca vietata, aggiunge la guardia.
– Mi dispiace, agente, ma non sto pescando. Sto leggendo.
– Sì, ma ha tutta l’attrezzatura. Per quanto ne so, potrebbe cominciare in qualsiasi momento. Devo portarla con me e fare rapporto.
– Se lo fa, agente, dovrò denunciarla per molestia sessuale, dice la donna.
– Ma se non l’ho nemmeno toccata!, ribatte la guardia forestale.
– Questo è vero, ma possiede tutta l’attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento.
– Le auguro buona giornata, Signora, e la guardia se ne va.

MORALE: Mai discutere con una donna che legge: è probabile che sappia anche pensare.


Fonte

domenica 26 marzo 2017

Io cammino.....


Io cammino per un bosco di larici
ed ogni mio passo è storia.
Io penso, io amo, io agisco
e questo è storia,
forse non farò cose importanti,
ma la storia è fatta
di piccoli gesti
e di tutte le cose
che farò prima di morire
saranno pezzetti di storia
e tutti i pensieri di adesso
faranno la storia di domani.


Italo Cavino

venerdì 24 marzo 2017

Se tu fossi cielo...


Se tu fossi musica
non mi stancherei mai di ascoltarti
Se tu fossi cielo
Non smetterei mai di guardarti
Se tu fossi un fiore
Vorrei essere la corolla
Se tu fossi un'isola
E li che vorrei abitare
Se tu fossi uno specchio
non mi stancherei mai di riflettermi
Ma sei solo un sogno
Che riempie i miei giorni

Cinzia Raimondo

martedì 21 marzo 2017

Il ricordo di Marcello Palmisano


Una strada polverosa, un sole accecante, un gruppetto di bambini somali che scandiscono sorridenti “Mar-cel-lo, Mar-cel-lo”. Sono alcuni dei fotogrammi ripresi dalla telecamera di mio padre Marcello in Somalia, terra d’oriente nel meridione del mondo, dove il nove Febbraio di ventidue anni fa è stato ucciso. Mio padre era un giornalista telecineoperatore del Tg2 e con la sua telecamera ha catturato alcuni dei momenti più importanti della fine del secolo scorso: lo sbarco degli albanesi a Bari nel ’91, la caduta del Muro di Berlino, l’invasione sovietica in Afghanistan.
In famiglia si aspettava sempre con curiosità la messa in onda dei servizi: papà tornava con regali fatti d’immagini, suoni e storie di paesi lontani e popoli sconosciuti. C’era qualcosa di epico nei suoi racconti. Per ogni viaggio, c’era sempre una storia dal sapore fiabesco.
Da quell’ultimo viaggio, però, non ebbe tempo di riportare nulla.
Arrivato a Mogadiscio per seguire il ritiro delle forze dell’ONU dalla capitale, rimane vittima di un agguato poco fuori dall’aeroporto. L’ipotesi tuttora più accreditata è lo scambio di persona in una guerra per il controllo dell’export di banane verso l’Europa: lo stesso giorno era previsto l’arrivo a Mogadiscio di un occidentale coinvolto in una delle due fazioni in lotta. Si, perché a Mogadiscio per le banane si spara, nell’ignoranza del consumatore occidentale.
 Spente le momentanee luci mediatiche, la Somalia finisce presto nel dimenticatoio e mio padre ne diventa l’apolide della memoria: pur sopravvivendo il ricordo, muore la “ragione”.
La “ragione”: presupposto irrinunciabile per avere giustizia. La giustizia però, dall’aggettivo latino “iustus”, è pertinenza dell’essere. Essere giusti significa capire il contesto in cui ventidue anni fa Marcello Palmisano ha perso la vita. Significa riflettere sul lato violento, rapace e aggressivo del sistema economico di cui l’umanità si è dotata.
Significa raccontare che dietro un apparentemente innocuo frutto esotico potrebbe esserci la brutale spietatezza di capitale estratto in modo criminale.
Cerchiamo di essere giusti dunque: raccontiamo cosa è successo, affinché nessuno dei nostri cari sia caduto invano e nella speranza che qualche coscienza si risvegli.

Davide Palmisano
figlio di Marcello

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giovedì 16 marzo 2017

martedì 14 marzo 2017

Sentiero della Pace


L'itinerario segue un percorso ad anello di circa 5 Km caratterizzato da modeste pendenze ed è parte integrante del progetto “La Benedicta Parco della Pace”, nato per ricordare l'eccidio partigiano avvenuto nella primavera 1944 e per promuovere la zona monumentale ad esso dedicata. La presenza di pannelli esplicativi richiede un tempo di percorrenza di almeno due ore, ma è bene prevedere una sosta più lunga: è infatti consigliata la visita al Sacrario, che ricorda tutti i caduti in seguito agli eventi tragici della Benedicta, all'area delle “Fosse dei Martiri”, dove i partigiani catturati durante il rastrellamento del 6 aprile 1944 vennero fucilati e sommariamente sepolti in fosse comuni, e ai ruderi della Cascina Benedicta, valorizzati grazie a un intervento di recupero, restauro e consolidamento finanziato dalla Regione Piemonte. 

I ruderi della Cascina Benedicta

La partenza dell'itinerario coincide con l'antica corte interna alla cascina, delimitata da una recinzione lignea e circondata dalle murature superstiti. Davanti all'ingresso della corte è stata creata una fascia di rispetto che coinvolge anche l'antistante Strada Provinciale, pavimentata utilizzando conglomerato cementizio colorato, ciottoli di fiume e inerti naturali allo scopo di evidenziare l'ipotetico antico tracciato della “Strada Cabanera” e l'intersezione a valle con la strada poderale del Mulino Vecchio. Il percorso perimetrale all'interno dei ruderi consente di percepire l'estensione dell'antico impianto dell'edificio, in origine una “grangia” benedettina. Il restauro ha riportato alla luce la soglia d'ingresso della cappella (lato ovest), il forno e la neviera, dislocata a breve distanza, nell'ombra del bosco di castagni che lambisce i muri perimetrali. 

La neviera della Benedicta, rivestita in pietra e scavata nel terreno per una profondità di circa 5 metri, era in origine chiusa da un tetto a volta, oggi crollato. Con l'arrivo dell'inverno veniva riempita con strati di neve pressata alternati a spesse coltri di foglie secche, che avevano la funzione di isolante termico; le fredde giornate invernali trasformavano velocemente la neve in ghiaccio, che si conservava inalterato per tutto il periodo primaverile-estivo. Prima della diffusione dell'energia elettrica il ghiaccio era un prodotto molto prezioso, utilizzato per la conservazione degli alimenti, per la cura di diverse patologie e per la preparazione di dolci e sorbetti. Era richiesto soprattutto nelle città, dove veniva trasportato sui carri trainati dai buoi e venduto sotto forma di blocchi protetti da sacchi di iuta.

In corrispondenza della neviera si incontra il primo degli otto pannelli che accompagnano il visitatore lungo un percorso storico e sociale dedicato al tema della pace. Dal primo pannello l'itinerario si inoltra nel bosco salendo rapidamente di quota fino raggiungere la Cascina Pizzo, recentemente ristrutturata, che ospita il Centro di Documentazione del Parco della Pace. Dopo averla costeggiata per un tratto, il sentiero si immette sulla Strada Provinciale in corrispondenza della località “I Foi”, toponimo dialettale giustificato dalla presenza di una bella faggeta, e prosegue sulla sinistra, imboccando una pista forestale in discesa di semplice percorrenza.

(...)


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Per maggiori informazioni su “La Benedicta – Parco della Pace” e sulle vicende storiche che hanno caratterizzato l'altopiano di Marcarolo e la provincia di Alessandria durante la Seconda Guerra Mondiale contattare:

ASSOCIAZIONE MEMORIA DELLA BENEDICTA www.benedicta.org benedicta@benedicta.org